BASTAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA! ...AAAAAAAAAAAAHHH!!!



Visualizzazione post con etichetta PICCOLE CRESCONO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PICCOLE CRESCONO. Mostra tutti i post

22.12.07

Notturno

Non ho sonno e non ho molto da dire. Tanto è stato detto, tanto e forse niente. Perchè le parole sono così inutili a volte che dovrebbero sopprimerle. Detto da me è il colmo, un giorno forse mi daranno di che vivere. Ma ci sono dei limiti nelle parole, come fossero gabbie che stritolano le nostre emozioni. Sono così banali a volte, e altre volte ancora così piene di sè che non dicono niente. Che non dicono tutto quello che c'è da dire. Poi aggiungi le catene dell'animo umano, quelle che lo legano alla paura. Anche alla peggiore di tutte, quella di essere felici. Le ho spezzate quelle catene. Non so se raggiungerò quella felicità, ma le ho spezzate. E' un piccolo grande passo per me.
Ti scrivo perchè non ho sonno. E forse non ho sonno perchè ti penso, e pensarti è come il suono di quelle canzoni che non smetterai mai di ascoltare. Tu sei in ognuna di quelle canzoni. Tu sei l'accordo che dolce si lega con gli altri, la melodia che disegna note sempre nuove, un ritmo che ruba il tempo al cuore. Tu come la musica che non smetto di danzare.
Non ho sonno e ne avrò per molto. Forse mi farò un panino. E strano come devo riempire i buchi che lasci dentro di me. Eppure questo non mi sazia, non l'ha mai fatto. Mi accorgo che tu sei l'unica che può riempire quel vuoto allo stomaco. Come quella roba che tutti dicono di non mangiare, ma che è maledettamente buona. La tentazione è enorme, e so già che infilerò la mano nel barattolo. Me ne dovrò fare una ragione, e poi odio le diete.
Non ho sonno ma andrò a letto lo stesso. E' così la vita. Pensi che non riuscirai a dormire, pensi che tutto il male ti terrà sveglio e la notte sarà una lenta e lunga agonia. A volte lo è, niente buonismi da parte mia. Non credo nell'eterna felicità. Credo in quei piccoli momenti che ti danno la forza di andare avanti. Come la certezza che dopo questa notte il sole sorgerà di nuovo, malgrado tutto. E come la certezza che domani mattina mi sarà concesso pensarti ancora. E chi lo sa, uno di questi soli vederti.

Non ho sonno e sono con te ora. Non ti lascerò mai sola. Ci sarò sempre, come quel sole. Come una nuvola, ti proteggerò e ti bagnerò di dolcezza. Ti sfiorerò senza toccarti, com'è concesso al vento. E sarò l'acqua che disegna le tue guance, quando piangerai perchè fuori piove. Fuori e dentro. Finchè il sole non sorgerà di nuovo a scaldarti. Non dimenticarlo mai. Dopo la notte viene sempre il sole. Sempre.

4.11.07

Mascherada! Parte Seconda












Arriviamo in anticipo al parcheggio del centro commerciale Tor Vergata. Aspettiamo pazienti l'arrivo di Matteo. Quando finalmente ci raggiunge passa oltre con la sua Peugeout 207, pensando "Ma chi cazzo sono quei due transessuali che mi fanno i fari?". Siamo noi, e li inseguiamo per tutto il parcheggio strombazzando fino a che non capiscono. Gli facciamo segno di seguirci e ci dirigiamo verso casa di Letizia. Arrivati al cancello suoniamo al citofono.
"Chi è?", tuona la madre.
"Amici di Letizia"
"Chi? I nomi grazie"
Cazzo! Cominciamo bene. Sapevo fosse un pò rigida ma mai avrei pensato che ci avesse schedato. Date le generalità finalmente ci apre. Prendiamo le buste di alcool e ci avviamo verso l'ingresso. Ci corre incontro Letizia e subito ci ferma.
"Alcool? Ma siete pazzi! Se vi vede mia madre! Nascondetelo"
Nascondere una damigiana di vino più il resto? E dove? Nelle mutande? Matteo occulta il vino dietro un cespuglio e il resto lo facciamo passare dentro le buste, come fossimo narcotrafficanti. Do i fiori a Letizia. Lei ride ma non so se per il gesto o per i capelli. Salutiamo i genitori in fretta e scendiamo giù nella sala hobby. Alla fine delle scale qualcuno chiede "Ma Alan dov'è?". Salgo di nuovo le scale e lo vedo. La madre lo ha catturato e come un cobra in menopausa non lascia la presa. Alan è sotto interrogatorio e con lo sguardo basso ad ogni domanda del cobra fa un piccolo passetto verso le scale. Non ce la farà mai a dimenarsi da lei. Osservo per un poco la scena e poi me ne vado, lasciandolo alla sua sorte. Il sacrificio di uno per salvarne molti altri. E' giusto così.
L'ambiente è spazioso, la gente mal vestita o vestita per niente. Siamo gli unici due cazzoni che hanno passato il pomeriggio a girare in cerca di un costume. Ma finalmente arrivano Simone e Marco. Simone è perfetto. E' Neo. Cappotto lungo, completo nero e sguardo inespressivo. Non ha dovuto faticare molto. Poi aspettiamo l'ingresso di Marco. "Mi vestirò da Cowboy! Yippy Aye!", ha detto. Quando arriva lo squadriamo per un attimo. Stivaloni vecchio west OK... pantalone consumato marrone con annesso pistolone perfetto... cappelo di feltro ci sta tutto... felpa scura della Datch per completare. Felpa?! Come felpa?!
"Ma che cazzo centra la felpa Marco? Ma sei un coglionazzo!"
"Eh regà! So Brokeback Mountain. In Mountain fa freddo"
"Si ma non si mettevano la felpa, giocavano a incularella!"
La ragazza è vestita da tossica. Da strega dice lei. La mia non è che sia meglio vestita da anemica. Da strega dice lei. Ci consoliamo al tavolo degli stuzzichini, poi parte la musica. Prima il "Geghegè" poi "Sono bugiarda". Qualcuno cerca di rubare la pistola di Marco per spararsi alle palle. Escono fuori i giochi da tavolo. Marco ed Alan escono e vanno a drogarsi. La serata scorre tranquilla e alla prima pausa sigaretta decidiamo di uscire e dissotterrare il vino. Usciamo e la prima cosa che vediamo è la madre di Letizia che porta con sè in cucina la damigiana di vino che avevamo nascosto con cura. Ha la faccia trionfante del corsaro che ha appena scovato un tesoro. Non è un cobra. E' un mastino. Cazzo se è tosta. Col vino in ostaggio non sappiamo che combinare. Ci concediamo solo rhum e pera ma l'allegria e la forza trascinatrice di Letizia tiene in piedi la serata. Si canta, si ride, si rutta. Tutto va ben oltre le previsioni. Alle quattro io e Alan salutiamo tutti e un inchino alla madre che si è dimostrata un tesoro. Prima castagne alla brace, poi olive ascolane, alla fine pizza. E il tutto con un braccio ingessato. Non è un mastino. E' una santa. Insonnoliti torniamo a casa con la nostra damigianetta, che ci hanno infine restituito. Arrivati a casa, seduti sul letto fissiamo la damigiana di vino.
"Alan... pensi a quello che penso io?"
"Sì..."
"Buonanotte allora!"

Simone G

3.11.07

Mascherada! Parte Prima

"Pronto Zio"
"Bella Zio"
"Brutta notizia. Simone ha cambiato idea, non vuole venire. Dice che non può più vestirsi da Castor Troy e non avendo nient'altro da mettersi non viene"
"Ma non ci credo! Che palle. Dai ora lo chiamo io quel Protovich"
"Prova. Grezza, a stasera"
"Grezza Zio"
Prendo il telefono a scatti di Alan, sollevo la cornetta viola e compongo il numero. Zero... Sei... Nove... Cinque... Uno... Eccetera. Squilla e risponde una voce di donna. Marina, penso, la madre.
"Pronto"
"Pronto. Chi è?"
"Ciao sono Simone"
"Ciao Simone. Che dici?"
"Mah! Calcola che io sono vestito da Ace Ventura e devo convincere tuo figlio a vestirsi per la festa di stasera"
"... come?"
"Ti dicevo che io sono vestito da Ace Ventura ed ho dei capelli ridicoli, in più Simone non vuole venire perchè non ha il vestito da Castor Troy e devo convincerlo a travestirsi"
"Scusi ma lei chi cercava?"
"Ma perchè non sei Marin... non c'è Simone?"
"Non non c'è nessun Simone. Ma che num..."
Tlac. Tu... Tu... Tu...
Che figura di merda. Piegati in due sul divano, Alan tra le risate farfugliava qualcosa sul malfunzionamento del telefono. Il secondo tentativo va a buon fine e convinco Simone a suon di minacce e Rhum e pera. Finisco di laccarmi i capelli e Alan di costruire il suo skate-board volante. Lo skate-board di Marty McFly. Esco dal bagno e la sorella mi guarda come si guarda un piatto di finocchi lessi. E' disgustata. "Ma chi sei? Joe Carrey?". "No Giò Condor". Tristezza. Con Alan guardiamo il risultato di un pomeriggio passato a Mass. Uguali a loro. Perfetti. Stupendi. Due coglioni.
Via in macchina. Io mi fermo al Bancoposta per ritirare. Penso che il bancomat si rifiuti di darmi i soldi. Mi sbaglio. Il bancomat sgancia ma la persona dietro di me mi guarda in modo un pò torbo. Me ne vado ondeggiando. Alan si ferma a prendere le sigarette con il suo giubotto rosso e le Nike piene di scotch. Si sente un pò ridicolo, e ha ragione. Io sono sicuro di esserlo e gli sguardi intorno me lo confermano. Mi fermo dal fioraio e di nuovo la parola "Ridicolo" riecheggia detonante nella mia testa.
"Mi da tutte queste rose per favore?". Quello ride. Non mi incazzo, in fondo è proprio l'effetto che volevo ottenere. Parla come Borat. "Faccio bel bouquet. Perchè se tu porta vestito così almeno fiori deve essere decenti" . Gli mostro un sorriso a cinquanta denti, ma vorrei concimarlo con un imbuto. Preso a tenerezza mi fa un grosso sconto. Ringrazio, salgo in macchina e sgasiamo verso la tangenziale. Preghiamo che non ci fermi nessuno. Siamo pieni di alcool, portiamo un enorme mazzo di rose e conciati in modo orrendo. Praticamente due di quelli che vanno a sposarsi a Las Vegas. Il tragitto è tranquillo, non ci ferma davvero nessuno. Qualcuno ci ha ascoltati lassù. E probabilmente ride.

Continua...

9.10.07

Schizzo... Parte Seconda

La strada era sconnessa e molto ripida e il mio cinquantino stava arrancando un po'. Alla fine dell'ardua salita, a destra della strada, si poteva vedere dall'alto il piccolo paese. Il grande orologio del campanile si alzava austero sui giardini, il punto d'incontro dei ragazzi del posto e che noantri avevamo teneramente ribattezzato "l'ora d'aria". Le case ingrigite dal tempo erano disposte alla rinfusa intorno alla chiesa ma ben compatte. Le loro mura antiche davano l'idea di catapecchie abbandonate se non fosse stato per i panni appesi alle finestre e per la chitarra di Plettro. Plettro era ragazzo di qualche anno più grande di noi. Non si concedeva quasi mai l'ora d'aria e in pochi avevano scambiato con lui qualche parola. Era un tipo riservato ma la sua chitarra la conoscevano tutti. A tutti era capitato di ascoltar uscire dal suo amplificatore le note del quinto capriccio in La minore di Paganini, sentirlo passare attraverso le imposte del suo balconcino sgombro come se quel suono fosse opera di un'intera orchestra. Chi aveva preso in mano una chitarra almeno un paio di volte sapeva che quella musica non poteva essere opera di un ragazzo normale. Era diffusa l'idea infatti che Plettro avesse barattato l'anima col diavolo per le mani di Hendrix, o peggio ancora c'era chi ipotizzava che l'avesse promessa per un paio di mani in più. Io intanto m'ero fermato sulla strada incantato da dall'assolo eccezionale di "Far beyond the sun" di Malmsteen, eseguito da Plettro con una precisione incredibile. In quel momento Ansa mi battè sulla spalla. "Schizzo! Andiamo dai! Io alle sette devo essere a casa". Col dito disegnai un "OK" sul parabrezza sporco e ripartii. Guidavo verso la zona nuova del paese, dove si trovavano le case di recente costruzione. "Da quanto tempo è qui?" chiesi. Ben salda al sellino per paura di cadere Ansa mi rispose, "Neanche un anno credo". Le mie domande sul perchè non l'avessi mai vista ebbero una secca risposta. Prima che potessi dire altro Ansa m'indicò un piccolo edificio rosso che si erigeva dietro i pini di un giardino pubblico. Parcheggiai accanto al portone di ferro battuto con addosso poco entusiasmo e tanta voglia di tornare a casa e finire questa pagliacciata. Ansa scese e con un sorriso complice (a me pareva più un rigurgito ma non glielo feci notare) s'avvicino al citofono. Il momento in cui suonò quel campanello non lo dimenticherò più. Dal secondo piano del palazzo s'aprì lenta una finestra e in quel preciso istante alzai gli occhi e la vidi. Una gigantesca ondata di acqua saponata mi colpiva in pieno, me e cinquantino, cancellando dal parabrezza i miei disegni, mentre l'anziana signora rientrava con il suo secchio ignara di quel che fosse accaduto. Ansa cominciò a ridere ma prima che potessi mettergli le mani adosso scappò verso i giardini e si sedette su un'altalena, in preda a una crisi di scompisciamento isterico. "Maledetta tu e le tue idee del cazzo" gli gridai dietro. Ero tanto zuppo quanto nero, un po' per l'incazzatura un po' per l'acqua sporca. "Credo tu abbia conosciuto mia nonna" disse una voce dietro di me. Mi girai e la vidi. Stavolta la sorpresa fu ancora più grande. La stupida fotocamera VGA del cellulare di Ansa non rendeva giustizia a quell'angelo. Era a pochi metri da me sulla sua bici. Aveva capelli ricci che le scendevano fin sopra le spalle, un corpo mozzafiato messo in risalto dal completo sportivo che le stava a pelle e un viso che mi lasciò credere per un attimo di essere in un sogno. Ma più di ogni altra cosa erano i suoi occhi. Non riuscivo a distinguerne il colore da dov'ero, ma di qualunque tonalità fossero erano gli occhi più belli che avessi mai visto. Non credevo ai colpi di fulmine, mai creduto all'amore a prima vista, ma devo ammettere che in quel momento anche se non ero innamorato di lei potevo dire di essere già un bel pezzo avanti. "Allora?" disse lei. Non seppi aprire bocca se non per bisbigliare, "Io... sono... bagnato". Lei rise di gusto. Mi sentii una merda ma il mio sguardo s'illumino quando compresi che non c'era nessuno scherno in quel momento d'ilarità, soltanto il principio di una tenera e dolce complicità...

27.9.07

Schizzo... Parte Prima

"Ce l'ho io quella giusta per te!", disse all'intrasatta Ansa. La chiamavamo così perchè passava le sue giornate al PC a chiaccherare e sparlare in chat. Sapeva i cazzi di tutti senza uscire di casa, era incredibile, era la comare cibernetica. Quando nel fine settimana metteva la testa fuori della sua stanzetta buia dava fiato alle trombe. Ti si avvicinava ed esordiva con frasi del tipo "Mi dispiace per quel che è successo" oppure "E' solo uno stronzo" o ancora "Con la polo bianca che hai preso ci vedrei bene un Jeans Armani"! La sua vita girava intorno alle nostre, forse per questo era così legata a noi. "Si chiama Giada," continuò. Mi sorpresi. Fino a quel momento non mi aveva rivolto neanche un'occhiata, troppo presa a criticare il tanga zebrato di Tania Pellicciotti con le altre del branco (a volte mi chiedo dove prenda le sue informazioni). Poggiai il mio chinotto sul tavolo. "Com'è? E non parlo del suo Avatar! Cioè... insomma, l'hai mai vista?". "Cosa credi? Che ti presenti una ragazza che non abbia mai visto? Una perfetta sconosciuta?" s'alterò Ansa, che era molto permalosa. Tutto ciò rendeva molto più gustose le nostre conversazioni. “Non dico che tu non conosca vita, morte e miracoli di questa Giada," risposi con sarcasmo, "parlavo di quella cosa sai... il cosiddetto 'contatto fisico'!". E lei acida, "Abita nel mio condominio". Touché! Mi capita spesso, è uno dei miei difetti volere sempre avere la battuta pronta. O forse semplicemente voler ridere di tutto e di tutti, anche di me. Ad ogni modo eravamo uno a zero per lei. "Beh, com'è questa?", chiesi. "La vuoi vedere? Ho una foto sul telefonino". Ecco, ero pronto a prendermi la mia rivincita se la fantomatica Giada fosse stata un bidone, nel senso di pacco, insomma una fregatura. La solita amica sfigata in cerca di un marito per intendersi, talmente brutta da suscitare dolcezza. Prendo il telefono in mano e guardo. Due a zero per Ansa. Niente da ridire, veramente un bel bocconcino. Poi mi feci autogol. "Dov'è la fregatura? Ha la femminilità di un sasso? Il senso dell'umorismo di una mozzarella? È pelosa?". E la comare, "Si è lasciata da pochi mesi perché il ragazzo l'ha tradita e se lo vuoi sapere è anche Miss, oltre che dotata di un gran senso dell'umorismo. Quello che non hai tu. E adesso la smetti di fare il cretino?". In questi casi avevo un trucco. Quando tiravo un po' troppo la corda sfoderavo il mio sorriso magico. Centotrentaquattro denti bianco cocaina che mi avevano tirato fuori dai guai più di una volta. Ansa, al pari degli altri, si sciolse come un panetto di burro. Si alzò dal suo posto e passando tra gli avventori del locale pestò un piede a Nervo, che cominciò a imprecare tirando fuori curiose analogie tra l'imene e la Madonna. Alla fine riuscì a sedersi vicino a me. "Ho un piano," mi disse, "adesso tu mi riaccompagni a casa, fin sotto il portone. Arrivati suonerò a casa di Giada e lei come sempre farà capolino dal balcone della sua cameretta. Poi gli dirò di essermi confusa. Vi presento, due chiacchiere veloci e a quel punto... io me ne vado e tu te la giochi!". "Cosa?" Il suo piano faceva acqua da tutte le parti. "Ma che dici? Cos'è? Stranamore? Scusa ma non faremmo prima a chiedergli di uscire con noi, un pomeriggio di questi o che ne so, una sera? La tua trappola non mi sembra il massimo. E se non si affaccia? E se non gli garbo? E se non resta a chiacchierare? No, no, il gioco non vale la candela". "Lei esce solo nel fine settimana, gli altri giorni è impegnata a studiare e a badare alla nonna. La verità è che te la fai addosso. Il solito cagasotto di Schizzo" apostrofò lei, diabolica. Schizzo era il mio nome, da cinque anni a questa parte. Colpa, o merito, del fumo e di alcuni fastidiosi noduli laringei divenuti in seguito polipi vocali. Quando il medico mi spiegò la situazione, pensando ai film di Carpenter immaginavo un piccolo alieno del pianeta Burkz nella mia gola deciso a conquistare l'universo. Avrei voluto ridere. Peccato non avessi la voce, piccolo inconveniente della malattia. Così per due mesi non ho fatto altro che comunicare con una matita e un block-notes. E ci presi gusto. Tant'è che tolsi la matita dall'orecchio e disegnai sullo scontrino da tredici euro e venti centesimi una mano con un esagerato dito medio alzato. Lo bagnai all'umido del tavolo e lo attaccai alla fronte, ostentando il mio solito sorriso. Anche Ansa sorrise. "Dai Schizzo, cosa ti costa provare. Magari è la volta buona che trovi l'amore della tua vita". Questa l'avevo già sentita. Ma non aveva tutti i torti, potevo tentare. "Allora? Ti regge?". Ci fu un attimo di suspense, come quando si prende la decisione che ti cambia la vita. Poi, la suspense andò a puttane grazie a un mega rutto di Poncio e le grasse risate degli altri. Io tracannai il mio chinotto, mi alzai e con un imperioso "Sali" montai sullo scooter. E tra i commenti provocatori e sudici del branco sgasai verso quella che credevo sarebbe stata la mia ennesima figura di merda...